27 aprile 2012

27april2012

Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI in occasione della XVIII Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze

A Sua Eccellenza la Professoressa Mary Ann Glendon
Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali

Sono lieto di salutare lei e tutti coloro che si sono riuniti a Roma per la XVIII Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Avete scelto di celebrare il cinquantesimo anniversario della Lettera enciclica Pacem in terris del beato Giovanni XXIII esaminando il contributo dato da questo importante documento alla dottrina sociale della Chiesa. Al culmine della guerra fredda, quando il mondo stava ancora venendo a patti con la minaccia costituita dall’esistenza e dalla proliferazione di armi di distruzione di massa, Papa Giovanni scrisse quella che è stata definita «una lettera aperta al mondo». Era un appello sentito di un grande Pastore, vicino al termine della propria vita, affinché la causa della pace e della giustizia venisse promossa con vigore in ogni settore della società, a livello nazionale e internazionale. Mentre lo scenario politico globale è notevolmente cambiato nel mezzo secolo trascorso da allora, la visione proposta da Papa Giovanni ha ancora molto da insegnarci mentre lottiamo per affrontare le nuove sfide per la pace e per la giustizia nell’era post guerra fredda, tra la continua proliferazione degli armamenti.

«Infatti non si dà pace fra gli uomini se non vi è pace in ciascuno di essi, se cioè ognuno non instaura in se stesso l’ordine voluto da Dio» (Pacem in terris n. 88). Al centro della dottrina sociale della Chiesa c’è l’antropologia che riconosce nella creatura umana l’immagine del Creatore, dotata d’intelligenza e di libertà, capace di conoscere e di amare. Pace e giustizia sono frutto del giusto ordine, che è iscritto nella creazione stessa, scritto nel cuore umano (cfr. Rm 2, 15) e pertanto accessibile a tutte le persone di buona volontà, a tutti i «pellegrini di verità e di pace». L’enciclica di Papa Giovanni era ed è un forte invito a impegnarsi in quel dialogo creativo tra la Chiesa e il mondo, tra i credenti e i non credenti, che il concilio Vaticano II si è proposto di promuovere. Offre una visione profondamente cristiana del posto che occupa l’uomo nell’universo, fiduciosa che così facendo propone un messaggio di speranza a un mondo che ha fame di essa, un messaggio che può risuonare tra le persone di ogni credo e di nessun credo, poiché la sua verità è accessibile a tutti.

In questo stesso spirito, dopo che gli attacchi terroristici hanno scosso il mondo nel settembre 2001, il beato Giovanni Paolo II ha ribadito che «non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono» (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2002). Il concetto di perdono deve inserirsi nel dibattito internazionale sulla risoluzione dei conflitti, al fine di trasformare il linguaggio sterile della reciproca recriminazione, che non conduce da nessuna parte. Se la creatura umana è fatta a immagine di Dio, un Dio di giustizia che è «ricco di misericordia» (Ef 2, 4), allora queste qualità devono riflettersi nella conduzione degli affari umani. È la combinazione di giustizia e perdono, di giustizia e grazia, a essere al centro della risposta divina al peccato umano (cfr. Spe salvi n. 44), al centro, in altre parole, dell’«ordine stabilito da Dio» (Pacem in terris n. 1). Il perdono non è negazione del male, ma partecipazione all’amore salvifico e trasformatore di Dio, che riconcilia e guarisce.

Quanto è stata eloquente, dunque, la scelta del tema dell’Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi del 2009: «La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace». Il messaggio portatore di vita del Vangelo ha recato speranza a milioni di africani, aiutandoli a superare le sofferenze inflitte loro da regimi repressivi e conflitti fratricidi. In modo analogo, l’Assemblea del 2010 sulla Chiesa in Medio Oriente ha sottolineato i temi della comunione e della testimonianza, l’unità del pensiero e dell’anima che caratterizza coloro che s’impegnano a seguire la luce della verità. I torti storici e le ingiustizie possono essere superati solo se gli uomini e le donne sono ispirati da un messaggio di guarigione e di speranza, un messaggio che offre una via per andare avanti, per uscire dall’impasse che spesso imprigiona le persone e le nazioni in un circolo vizioso di violenza. Dal 1963 alcuni conflitti che all’epoca sembravano irrisolvibili sono diventati storia. Facciamoci coraggio, dunque, mentre lottiamo per la pace e la giustizia nel mondo attuale, fiduciosi che la nostra ricerca comune dell’ordine stabilito da Dio, di un mondo in cui la dignità di ogni persona umana riceva il rispetto che le è dovuto, può dare frutto e lo darà.

Affido le vostre deliberazioni alla guida materna di Nostra Signora, Regina della Pace. A lei, Monsignor Sánchez Sorondo, e a tutti i partecipanti alla XVIII Sessione Plenaria, imparto volentieri la mia Benedizione Apostolica.

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