Il momento di vedere i poveri

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EDITORIALE

Joachim von Braun, Stefano Zamagni, Marcelo Sánchez Sorondo

Science 17 Apr 2020:
Vol. 368, Issue 6488, pp. 214
DOI: 10.1126/science.abc2255

La pandemia della infezione da coronavirus 2019 (COVID-19) ha rivelato le profonde ineguaglianze che hanno messo i poveri, sia nelle nazioni a basso reddito sia nei paesi ricchi, a maggior rischio di sofferenza. In un’intervista di qualche giorno fa, Papa Francesco ha sottolineato che “Questo è il momento di vedere i poveri”.

Fino a quando la scienza non troverà farmaci adeguati e un vaccino per il trattamento e la prevenzione del COVID-19, il paradosso odierno è che tutti devono cooperare con gli altri e al tempo stesso auto-isolarsi come misura protettiva. Tuttavia, mentre il distanziamento sociale è abbastanza fattibile per i ricchi, i poveri affollati nelle baraccopoli urbane o nei campi profughi non hanno questa opzione e mancano di mascherine per il viso e di strutture per il lavaggio delle mani. Per affrontare i rischi nelle grandi città affollate dei paesi in via di sviluppo, dobbiamo sostenere la prevenzione mediante test, fornendo accesso a dispositivi di protezione e impegnandoci seriamente a costruire ospedali provvisori al fine di isolare le persone infette.

Il divario digitale tra ricchi e poveri potrebbe inoltre costare molte vite. La distribuzione iniqua delle nuove tecnologie e delle risorse online implica che le informazioni cruciali sul COVID-19, in particolare gli avvertimenti preventivi e gli interventi raccomandati per la fase iniziale, non arrivano in tempo, o non arrivano affatto, nelle comunità a basso reddito. Senza accesso a informazioni responsabili, trasparenti e aggiornate, una cacofonia di ipotesi non dimostrate può diffondersi pericolosamente in queste comunità povere. Il divario nell’accesso alla tecnologia si traduce anche in una seria mancanza di opportunità di apprendimento a distanza, fintanto che università e scuole sono chiuse. D’altro canto, il telelavoro durante il lockdown sociale risulta impossibile per milioni di lavoratori a basso reddito a causa della natura del loro lavoro e della mancanza di accesso alle infrastrutture di comunicazione. Ciò che il COVID-19 ci insegna è che l’accesso universale a Internet e alle tecnologie della comunicazione deve diventare un diritto umano.

Sfortunatamente, nelle comunità povere, queste disuguaglianze sono all’origine di altri devastanti effetti. Il COVID-19 sta influenzando negativamente le economie nazionali, distruggendo le piccole imprese e gli agricoltori. Le conseguenze dirompenti sui sistemi alimentari, in particolare, danneggiano i poveri, che spendono la maggior parte del loro potere d’acquisto in cibo. Aumenta così la fame e si aggrava la minaccia delle pandemie alla salute pubblica. Anche il programma globale per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità delle Nazioni Unite (ONU), in particolare quelli legati alla povertà, alla fame, alla salute, al lavoro dignitoso e alla crescita economica, sarà compromesso dal COVID-19, a meno che il mondo non cooperi e includa il salvataggio delle piccole imprese e degli agricoltori nel tentativo di evitare una crisi economica globale.

Il COVID-19 ha messo in luce anche la fragilità dell’interconnessione. Le crescenti interazioni economiche intercontinentali hanno aperto il mondo a massicci flussi transfrontalieri di beni, servizi, denaro, idee e persone. Ciò ha permesso a molti di uscire dalla povertà. Tuttavia, frenare la rapida diffusione della sindrome respiratoria acuta grave – coronavirus 2 (SARS-CoV-2) –richiede la chiusura dei confini intorno ai focolai dell’infezione. Queste chiusure però devono essere solo temporanee e non devono ostacolare la cooperazione tra nazioni per gestire la pandemia. Le risorse umane, le attrezzature, le competenze sui trattamenti, e gli approvvigionamenti, nonché i beni non commerciali e spirituali, devono essere condivisi, anche con i paesi poveri. Inizialmente, la pandemia ha spinto le nazioni a pensare a se stesse. Ma cercare una soluzione al COVID-19 attraverso l’isolamento nazionale sarebbe controproducente. SARS-CoV-2 non riconosce i confini. Le nazioni ricche devono sostenere le organizzazioni transnazionali e quelle delle Nazioni Unite nel loro impegno mondiale per controllare la diffusione di questo contagio.

Le capacità scientifiche in generale e, nello specifico, quelle correlate alle malattie infettive, sono fortemente disuguali nel mondo. Ciò contribuisce a un maggior rischio di sofferenza nelle nazioni povere. Le cause che sono alla radice delle malattie infettive causate da batteri, virus o parassiti che si diffondono dagli animali all’uomo, ad esempio, richiedono una ricerca di tipo cooperativo vicina alle potenziali aree a rischio, anche nelle nazioni povere. È giunto il momento che il mondo sviluppato si impegni per raggiungere questo obiettivo. Se il divario nelle competenze scientifiche continuerà a crescere, pure l’interesse delle nazioni ricche ne risentirà pesantemente, lasciando ai poveri l’onere della malattia.

Altre importanti crisi mondiali, come i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità, richiedono risposte altrettanto mondiali e cooperative che non trascurino i poveri. Una volta che il COVID-19 sarà sotto controllo, il mondo non potrà tornare alla routine precedente. Vanno profondamente riviste le nostre concezioni del mondo, gli stili di vita e i problemi della valutazione economica a breve termine. Se vogliamo sopravvivere all’Antropocene, è necessaria una società più responsabile, più premurosa, più inclusiva e più equa.

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