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Umanità sostenibile, natura sostenibile: la nostra responsabilità

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Gruppo di lavoro congiunto della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, 2-6 maggio 2014 - I rapporti dell’Umanità con la Natura sono sostenibili? Qual è lo stato della Persona Umana in un mondo in cui predomina la scienza? Come dovremmo percepire la natura e ciò che è un buon rapporto tra Uomo e Natura? Ci si può aspettare che, nel prossimo futuro, continui la crescita economica globale che si è avuta negli ultimi sei decenni? Possiamo contare sul fatto che le conoscenze e le competenze aumenteranno in modo tale da ridurre la dipendenza dell’Uomo sulla Natura, nonostante la crescita esponenziale delle nostre attività economiche e del nostro numero? Il divario sempre più grande tra ricchi e poveri del mondo, in termini della loro dipendenza dalle risorse naturali, è la conseguenza di questi sviluppi?
Il dibattito contemporaneo su tali questioni dura ormai da vari decenni. Se va avanti, spesso in modo stridente, è perché è plasmato da due opposti punti di vista empirici. Da una parte, se consideriamo gli esempi specifici di ciò che si può chiamare capitale naturale, vi sono prove convincenti che, ai tassi di sfruttamento attuali, questo capitale molto probabilmente vedrà le sue caratteristiche mutare in peggio con poco preavviso. Lo scioglimento dei ghiacciai e del ghiaccio marino sono sintomi recenti. D’altra parte, se studiamo le tendenze del consumo di cibo, dell’aspettativa di vita, e del reddito registrato nelle regioni attualmente ricche e in quelle che stanno per diventarlo, la scarsità di risorse non sembra ancora aver colpito.
“I problemi ambientali” e “le prospettive future” vengono intesi in maniera diversa a seconda delle persone. Alcuni identificano i problemi ambientali con la crescita della popolazione, altri con forme errate di crescita economica. Ci sono quelli che ritengono un problema ambientale l’inquinamento urbano nelle economie emergenti; altri si riferiscono alle condizioni di povertà in cui si vive nei paesi più poveri del mondo. Alcuni parlano di “sviluppo sostenibile” solo quando alludono allo sviluppo economico dell’economia globale, mentre altri lo vedono in termini di prospettive di sviluppo dei villaggi nell’Africa sub-sahariana. Ognuno di questi punti di vista è corretto. Sappiamo che ciò che inizia come inquinamento urbano si andrà a stratificare formando le Atmospheric Brown Cloud (ABC), nuvole marroni contenenti particelle di carbonio nero e ozono, che ogni anno distruggono circa 2 milioni di vite umane e oltre 100 milioni di tonnellate di colture, perturbano la circolazione dei monsoni e contribuiscono allo scioglimento dei ghiacci e della neve dell’Himalaya. Non esistono singoli problemi ambientali, ma una vasta serie di problemi interconnessi. Alcuni si stanno presentando oggi, mentre altri sono potenziali rischi per il futuro.
Sebbene lo sviluppo economico sia andato di pari passo con la crescita degli inquinanti industriali e agricoli, né le misure preventive né quelle curative hanno tenuto il passo con la loro produzione nei paesi industrializzati. Questa negligenza è diventata evidente nelle regioni in rapida crescita quali Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa (BRICS). Inoltre, l’entità dell’impresa umana ha messo a dura prova le capacità degli ecosistemi, facendo sì che l’Uomo sia oggi la specie dominante sulla Terra. Nel ventesimo secolo la popolazione mondiale è cresciuta di 4 volte (raggiungendo gli oltre 6 miliardi), la produzione mondiale di 14 volte, la produzione industriale è aumentata di 40 volte e l’utilizzo dell’energia di 16, la popolazione bovina che produce metano è cresciuta di pari passo con la popolazione umana, la quantità di pesce pescato è aumentata di 35 volte, le emissioni di carbonio e biossido di zolfo di 10 volte. Non è un caso che la nostra epoca attuale sia stata denominata Antropocene.
D’altra parte, la crescita economica ha comportato il miglioramento della qualità di un certo numero di risorse ambientali. La disponibilità capillare di acqua potabile e la maggiore protezione delle popolazioni umane nei confronti delle malattie trasmesse via acqua e via aria nei paesi industriali avanzati hanno permesso la crescita economica di cui questi paesi hanno beneficiato nel corso degli ultimi 200 anni. Il miglioramento delle conoscenze scientifiche, gli investimenti in infrastrutture pubbliche e l’istruzione universale nei paesi industriali avanzati hanno fatto sì che i loro cittadini siano molto più consapevoli dei rischi ambientali rispetto alle loro controparti nelle regioni povere, avendo inoltre le risorse per evitarli. Molti sono convinti che i progressi scientifici e tecnologici, l’accumulazione del capitale riproducibile, la crescita del capitale umano e il miglioramento delle istituzioni dell’economia possano supplire alle minusvalenze del capitale naturale. Altrimenti è difficile spiegare il motivo per cui le scienze sociali nel ventesimo secolo si siano in gran parte distaccate dalle scienze ambientali. La natura è troppo spesso vista come un contesto dal quale servizi e risorse possono essere tratti in isolamento. Le previsioni macroeconomiche solitamente escludono il capitale naturale. In quei rari casi in cui la Natura viene tenuta in conto e inserita nell’equazione, di solito si tratta di un’aggiunta dell’ultimo minuto. Questa retorica ha avuto tanto successo che quando si parla di “crescita economica”, non c’è bisogno di chiedere, “crescita di che cosa?” Lo sappiamo tutti che si intende la crescita del prodotto interno lordo (PIL). La parola trabocchetto nel PIL è l’aggettivo “lordo”. Il PIL, essendo il valore di mercato di tutti i beni e servizi finali, ignora il degrado del capitale naturale. Se aumenta la pesca, aumenta il PIL anche se le riserve di pesce calano. Se si intensifica l’abbattimento di legname, il PIL aumenta anche se le foreste vengono disboscate. E così via. La morale è significativa anche se banale: il PIL è indifferente ai vincoli della Natura. Non dovrebbe essere assolutamente messo in dubbio il fatto che l’Umanità abbia urgente bisogno di reindirizzare il proprio rapporto con la Natura in modo da promuovere un modello sostenibile di sviluppo economico e sociale.

Una proposta
Il vertice Rio+20 sulla conservazione della biodiversità è stato convocato per fornire una soluzione ai problemi che l’umanità si trova ad affrontare nei suoi interscambi con la natura. In pratica, però, è stato ritenuto, in generale, un fallimento.
Analizzandone il programma è difficile rilevare il quadro complessivo utilizzato per individuare i vincoli della natura. La lacuna era inevitabile. Non vi è stato nessuno sforzo collettivo tra scienziati naturali e sociali. È per questo motivo che proponiamo un gruppo di lavoro congiunto PAS-PASS su Umanità sostenibile, natura sostenibile.
Il nostro obiettivo non è quello di catalogare i problemi ambientali. Ci proponiamo invece di visualizzare gli interscambi dell’umanità con la natura sulla base di tre bisogni umani fondamentali tra loro collegati – alimentazione, salute e energia – e chiediamo alle nostre rispettive Accademie di collaborare, invitando esperti delle scienze naturali e delle scienze sociali per parlare dei vari percorsi per soddisfare queste esigenze, sottolineando gli ostacoli che la Natura si trova ad affrontare.

P.S. Dasgupta, V. Ramanathan, R. Minnerath


Partecipanti

Werner Arber
Margaret S. Archer
Scott Barrett
Antonio Battro
Enrico Berti
Joachim von Braun
Edith Brown Weiss
Yves Coppens
Paul J. Crutzen
Gretchen Daily
Partha S. Dasgupta
Pierpaolo Donati
Gérard-François Dumont
Mary Ann Glendon
Juan Grabois
Daniel Kammen
Charles Kennel
Nancy Knowlton
Anil Kulkarni
Yuan Tse Lee
Pierre Léna
Juan J. Llach
Jane Lubchenco
Karl-Goran Maler

Marcia McNutt
Roland Minnerath
Walter Munk
Naomi Oreskes
Charles Perrings
Janice Perlman
Joao Luiz Pinheiro-Franco
V. Ramanathan
Peter Raven
Martin Rees
Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga
Jeffrey Sachs
Marcelo Sánchez Sorondo
Herbert Schambeck
Hans Joachim Schellnhuber
Robert Scholes
Achim Steiner
Joseph Stiglitz
Wilfrido Villacorta
Jeffrey Vincent
Peter Wadhams
Stefano Zamagni

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