Eventi

Solidarietà inclusiva e integrazione degli emarginati

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Workshop Casina Pio IV, 28-29 ottobre 2016 – Il senso di squallore trasmesso da una serie di eventi drammatici e casi d’indigenza ci porta a considerare con attenzione il concetto di “inclusione sociale” e di prenderlo come banco di prova dell’effettiva serietà delle nostre dichiarazioni. Includere significa condividere, partecipare, passare dalla condizione di estraneo e disadattato a quella di membro attivo e integrato della società, da una condizione di sudditanza a una di cittadino sovrano. Soprattutto, oggi il termine inclusione significa ricordare come, negli ultimi decenni, si sia registrato un forte aumento del numero di persone che in tante parti del mondo sono state “respinte” dalla sfera produttiva. Queste sono le “persone di troppo”, da stoccare, sfollare o trafficare, ridurre a mera manodopera e a fornitori di organi.

Il termine “inclusione” è il filo conduttore che accomuna tutte le riflessioni di Papa Francesco sulla dottrina sociale della Chiesa e ci permette di creare un ponte che collega la dottrina sociale degli ultimi tre Pontefici. L’inclusione sociale può avvenire solo sulla base del riconoscimento formale delle pari opportunità di partecipare ai momenti decisionali e operativi strategici che trasformano un aggregato sociale in una società civile attiva, poliarchica e solidale. È tempo di ‘‘rompere le catene della povertà’’, quella selva di impedimenti di natura politica, sociale, economica e culturale.

Nessuno sosterrebbe una campagna per aumentare la povertà. Eppure, mentre la parola stessa “povertà” richiede politiche atte a ridurla, considerando la definizione di povertà estrema delle Nazioni Unite (un reddito giornaliero di 1,25 dollari), oltre il 20% della popolazione mondiale vive ancora in condizioni di povertà (Banca Mondiale, 2013). Un ulteriore 40% della popolazione si accontenta di un reddito che non supera i 2 dollari al giorno, mentre persino in Europa sono 120 milioni le persone ufficialmente considerate a rischio di esclusione sociale (Eurostat, 2013).

La difficoltà nell’affrontare il tema della povertà dipende in parte dal fatto che gli esperti non riescono ad accordarsi sul significato della parola stessa. Le differenze nel modo in cui si misura la povertà rispecchiano e alimentano la confusione sul significato di esclusione. Inoltre, esiste un notevole disaccordo su ciò che contribuisce maggiormente allo stato di povertà, ovvero, se la povertà sia in gran parte causata da fattori strutturali (scarsi fondamenti economici, sia per via di carenze istituzionali e mancanza di risorse, che per competenze e capacità insufficienti a livello individuale) o da incapacità personali (per esempio mancanza di impegno), o dalla trappola della povertà intesa come circolo vizioso che mantiene tali persone o paesi in uno stato di povertà. Questo a sua volta genera divergenze su quale sia il modo migliore di affrontare il problema. La povertà e la miseria non sono mai neutrali. Sono il prodotto di abitudini culturali, strutture sociali, istituzioni economiche, politiche e opinioni inevitabilmente diverse.

Il nostro seminario dà tutto ciò come acquisito. Esistono, infatti, molte analisi e approfondimenti articolati sulla povertà nel mondo, quindi ripeterle in quest’occasione non sarebbe fruttuoso. Il compito di questo seminario è invece duplice: da un lato, si tratta di tentare di capire il motivo per cui, nonostante la rapida crescita economica raggiunta a livello mondiale nel corso dell’ultimo quarto di secolo e le numerose iniziative come gli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio” delle Nazioni Unite, i risultati siano stati così scarsi. Il seminario intende poi affrontare la domanda del “come”, ovvero come attuare una strategia praticabile, anche a livello della società civile, per superare il fenomeno dell’esclusione. In altre parole, l’attenzione verrà posta alla terapia piuttosto che alla diagnostica.

Papa Francesco ha esplicitamente riconosciuto i grandi contributi dell’imprenditoria e della finanza innovativa a favore dello sviluppo umano nel corso dei secoli. I leader economici del mondo “con il loro ingegno e la loro abilità professionale, sono stati capaci di creare innovazione e favorire il benessere di molte persone” (17 gennaio 2014).[1] La sfida odierna consiste nello stabilire come l’economia possa estendere i benefici e invertire la spinta verso la disuguaglianza e l’esclusione sociale. La Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) non è affatto opposta ad un’economia basata sul libero mercato, posto che questa sia orientata verso il bene comune – e non solo il bene totale – laddove il libero mercato si sviluppa assicurando inclusività, stabilità e trasparenza. Quello che la DSC chiede è di riformare l’ordine sociale del mercato per eliminare alcuni dei suoi mali.

Articolazione della tematica

a)    Poiché gli indicatori di performance di un’economia hanno un impatto sulle modalità di esecuzione, quali proposte andrebbero portate avanti per cambiare il modo in cui viene misurata la bontà di un’economia? In particolare, quali considerazioni si possono fare sul nuovo Better Life Index rilasciato dall’OCSE per la prima volta nel maggio 2011? O sul Life Satisfaction Index del Centro di Ricerca Pew Research Center; o sul Human Development Index dell’UNDP? Quali miglioramenti possono essere proposti?

b)   Poiché la partecipazione ai processi di dibattito pubblico per le persone emarginate è impossibile in assenza di reti relazionali che innanzitutto le riconoscano come persone, cosa si può fare, a livello di società civile, per contrastare i processi di segregazione urbana ed esclusione sociale? È risaputo il solito approccio delle agenzie internazionali è quello di costruire strutture di governance adeguate, che, pur essendo indispensabili, non possono rappresentare l’unico obiettivo. Quando ci si affanna a creare sistemi parlamentari con rappresentanza pluripartitica, istituzioni giudiziarie indipendenti, stampa libera, ecc. occorre anche ricordarsi di agire dalla base. Anche con il miglior sistema di governo e una leadership visionaria, in assenza di un processo di sviluppo inclusivo che consenta alle persone di collaborare tra di loro, tali istituzioni non potranno mai funzionare in maniera adeguata. Che fare quindi a tal proposito?

c)    L’economia sociale negli ultimi decenni è stata rafforzata, eppure il suo enorme potenziale non è ancora stato sfruttato. Quali sono le strategie necessarie per fornire il sostegno pratico e istituzionale di cui le organizzazioni dell’economia sociale hanno bisogno per affrontare la sfida dell’inclusione? L’esperienza delle imprese sociali dimostra quanto possano essere attive le persone nel creare per sé lavoro e imprenditoria. Il sistema economico è come un ambiente naturale – occorre diversità per rafforzarne la resilienza. Ne consegue che dovrebbero essere sostenute diverse forme istituzionali organizzative (cooperative; B-corporation; aziende profit; imprese sociali, banche etiche, agricoltura sociale, ecc.), le quali contribuiscono sia a generare capitale sociale, sia al valore economico. Quali proposte si possono fare per evitare che una regolamentazione inadeguata possa danneggiare questa biodiversità favorendo un modello economico “taglia unica”?

d)   È risaputo che uno dei percorsi più efficaci per garantire solidarietà inclusiva sia la promozione di un lavoro dignitoso per tutti i lavoratori in tutti i settori dell’economia, compresa l’economia informale. Nel 1999, l’OIL ha proposto di inserire l’Agenda per il lavoro dignitoso all’interno dell’Agenda per lo sviluppo post-2015. Non molto è stato fatto finora. Che cosa occorre dunque fare a questo proposito? Nel 2016, l’OIL inizierà un giro di discussioni sul lavoro dignitoso nelle GSC (Global Supply Chains o filiere globali). Quale dovrebbe essere il ruolo delle multinazionali a questo proposito? I “Principi Ruggie” sono abbastanza forti da garantire la promozione del lavoro dignitoso nelle GCS? Come andrebbero modificate le norme internazionali del lavoro per tenere conto delle specificità delle varie aree geografiche, evitando il rischio di utilizzare il concetto di lavoro dignitoso come strumento per incoraggiare politiche protezionistiche eccessive? Quali azioni dovrebbero prendere i responsabili delle politiche in questo campo per promuovere l’accesso a posti di lavoro decenti a tutti i segmenti della società e per promuovere l’accesso all’istruzione per accrescere le competenze?

e)    Anche nei periodi di crescita elevata, l’economia diventa spesso ‘esclusiva’, creando disuguaglianze e un notevole spreco di patrimonio sociale. La sfida sta nell’individuare e promuovere modelli economici complementari, infrastrutture innovative, spazi collaborativi in grado di sfruttare le risorse sociali ed economiche che altrimenti andrebbero sprecate. Come si possono rendere finanziariamente sostenibili e operativamente inclusivi questi nuovi modelli di condivisione? In particolare, come si può gestire il forte aumento dell’acquisizione di terreni da parte di imprese e agenzie governative straniere?

f)     È stato confermato empiricamente che la distruzione creatrice di Schumpeter genera un duplice effetto sul benessere soggettivo: una forza negativa attraverso un più alto rischio di mobilità (consideriamo ad esempio l’impatto dei robot intelligenti sull’eliminazione dei posti di lavoro) e una forza positiva grazie ad aspettative di crescita più elevate. Esiste una strategia valida da adottare in modo che l’effetto positivo superi quello negativo? È dimostrato che le politiche di welfare mirate ed innovative offrono un contributo importante, particolarmente per quanto riguarda i giovani NEET. Come dovremmo concettualizzare un aggiornamento dello stato sociale tradizionale in modo da generare un nuovo sistema di welfare relazionale in cui la governance sociale, la co-produzione, la sussidiarietà circolare, l’innovazione sociale e altri concetti simili possano trovare il modo di esprimersi?

g)    Ultimamente, lo sviluppo finanziario mondiale è stato accompagnato da una volatilità economica amplificata. A causa dell’elevato costo pubblico dei processi di “bail-out” (o salvataggio), il settore finanziario è in fase di profondo cambiamento, sia attraverso una regolamentazione aggiuntiva, sia attraverso una riforma promossa dall’interno. L’appello a dare questa riforma una prospettiva umana ed etica tiene conto anche dell’idea di finanza inclusiva, cioè quella finanza che contribuisce alla lotta all’esclusione. Quali interventi richiederebbe? Sono sufficienti l’impegno multilaterale preso dall’OCSE/G20 riguardo ad un Automatic Exchange of Tax Information (scambio automatico di informazioni fiscali) e al Base Erosion and Profit Shifting (BEPS) e l’esame della questione del “too big to fail” (“troppo grande per fallire”) nel sistema bancario internazionale?

NOTE

[1] Messaggio del Santo Padre Francesco
al Presidente Esecutivo del World Economic Forum in Occasione 
del Meeting Annuale A Davos-Klosters (Svizzera), 17 gennaio 2014 https://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2014/documents/papa-francesco_20140117_messaggio-wef-davos.html

©2012-2017 Pontificia Accademia delle Scienze Sociali

 

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