Eventi

Umanesimo e Migrazioni di Massa

pass_humanism2017

Dichiarazione finale del Workshop su Umanesimo e Migrazioni di Massa

Pontificia Accademia delle Scienze e Pontificia Accademia delle Scienze Sociali

18-19 gennaio 2017

La questione

Le migrazioni catastrofiche mettono a grave rischio milioni di esseri umani. Ci sono oltre 65 milioni di sfollati involontari in tutto il mondo: l'equivalente dell'intera popolazione di Lagos (16 milioni), San Paolo (12 milioni), Seoul (10 milioni), Londra (9 milioni), Lima (8,5 milioni), New York (8,5 milioni) e Guadalajara (1,4 milioni) che, in preda al terrore, fugge verso l'ignoto porrtandosi via quel poco che è riuscita ad afferrare http://www.unhcr.org/en-us/statistics/unhcrstats/576408cd7/unhcr-global-trends-2015.html

La maggior parte di coloro che cercano rifugio sono sfollati interni (IDP); non sono quindi considerati formalmente dei rifugiati che attraversano confini internazionali. Inoltre, circa 9 richiedenti asilo internazionali su 10 si insediano in un paese vicino: gli asiatici restano in Asia, gli africani in Africa, gli americani nelle Americhe.

Le migrazioni sono questioni complesse e sfaccettate. Sono causate da fattori socio-economici e demografici, dalla guerra e dal terrore. Coinvolgono anche modelli culturali, pratiche sociali, processi politici, relazioni storiche, degrado ambientale e rischi naturali. Negli ultimi decenni stanno emergendo come causa principale anche i cambiamenti climatici.

Il gruppo di lavoro ha discusso con apprensione del fatto che, dall'inizio del millennio, gli sfollati interni associati a conflitti e violenze sono in crescita, notando che i dati del 2015 sono più allarmanti che mai. Inoltre, il gruppo di lavoro ha osservato che l'Asia Minore – più del resto del mondo messo insieme – è in testa per numero di persone sfollate a causa di guerra e terrorismo. Nel 2015 solo tre paesi, Siria,[1] Iraq e Yemen hanno rappresentato oltre la metà di tutti gli sfollati interni[2]. Allo stesso modo, oltre la metà di tutti i rifugiati sotto mandato dell'UNHCR proviene da tre stati: Siria (4,9 milioni) (Asia Minore), Afghanistan (2,7 milioni) (Asia) e Somalia (Africa) (1,2 milioni). I conflitti a lungo termine in Africa hanno generato massicce migrazioni forzate. Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan sono state incluse tra le prime 10 nazioni a livello mondiali per nuovi sfollamenti interni provocati dalla violenza nel 2015.

Fermare questi conflitti è una priorità umanitaria.


Cambiamenti climatici incontrollati e migrazioni catastrofiche

Il workshop ha esaminato attentamente il nesso tra disastri climatici, guerra, terrore e sfollamenti di massa. Le perturbazioni climatiche aumentano la morbilità e la mortalità, interrompono la produzione, riducono i raccolti agricoli, decimano il bestiame e causano lo sfollamento di milioni di persone in tutto il mondo. Nel 2015 i pericoli legati alle condizioni meteorologiche hanno costretto 14,7 milioni di esseri umani a lasciare le loro case. Altri 4,5 milioni di spostamenti sono stati prodotti da minacce geofisiche. In effetti, nell'ultimo decennio sono stati documentati ben oltre 200 milioni di sfollamenti, una media di quasi 25 milioni di sfollamenti forzati ogni anno.

Viviamo nell'Antropocene, un'epoca in cui gli esseri umani sono diventati una forza importante che ha un impatto su ogni parte del sistema terrestre. A causa delle emissioni di anidride carbonica e di molti altri inquinanti che provocano il riscaldamento climatico sin dagli albori dell'industrializzazione, la terra, la sua atmosfera e gli oceani si sono riscaldati fino a 1 grado Celsius. Questa febbre planetaria ha provocato gravi sconvolgimenti climatici come ondate di calore, forti tempeste, inondazioni e siccità. Se le emissioni continuassero incontrollate, è probabile che il riscaldamento supererebbe gli 1,5 gradi Celsius entro il 2030, i 2 gradi Celsius entro il 2050 e i 4 gradi Celsius entro il 2100, il che comporterebbe consequenze gravissime. Entro il 2100 è probabile anche l'innalzamento del livello del mare di uno o due metri, accompagnato da ondate di calore estreme, tempeste tropicali, scioglimento dei ghiacciai e siccità prolungate.

Da qui il nostro voler avvertire gli scienziati sociali e i responsabili politici del fatto che tali ordini e velocità di riscaldamento sono senza precedenti rispetto ai cambiamenti climatici osservati nelle ultime migliaia di anni. Qualsiasi tentativo di estrapolare i nessi causali tra cambiamenti climatici e migrazioni sulla base dei dati passati e applicarli alle tendenze future potrebbe essere inaffidabile e potrebbe sottovalutare gravemente le minacce che affronteremo nei prossimi decenni. Tuttavia, la siccità decennale, il fallimento agricolo, la drammatica urbanizzazione e la mancata risposta del governo in Siria ne sono un esempio lampante.

Date le nostre incertezze sul tipo di feedback climatico non lineare innescato da un tale riscaldamento senza precedenti, vi è una possibilità su venti che il riscaldamento possa raggiungere i 6 gradi Celsius entro il 2100, con consequenze catastrofiche. Mentre la maggior parte delle azioni politiche si concentra su valori centrali come i 2 gradi Celsius e i 4 gradi Celsius, noi promuoviamo un approccio che prepari i cittadini sia alle principali proiezioni di riscaldamento, sia a quelle meno probabili, come una possibilità su venti che il riscaldamento superi i 6 gradi Celsius entro il 2100.

Se le emissioni aumentano incontrollate, entro qualche decennio gli spostamenti di massa e le migrazioni possono diventare una grave minaccia per i tre miliardi di persone più povere, così che per l'intera popolazione entro il 2100. La buona notizia è che c'è ancora il tempo di mitigare le emissioni e scongiurare tali rischi sistemici per figli, i nostri nipoti e noi.

Abbiamo inoltre esaminato gli spostamenti dovuti a disagi ambientali in tutte le regioni del mondo. Nel 2015, infatti, inondazioni, tempeste, cicloni, monsoni, uragani, terremoti, eruzioni vulcaniche, incendi, frane e temperature estreme hanno causato lo sfollamento di milioni di persone. I partecipanti al workshop hanno notato che India[3], Cina[4] e Nepal[5] hanno rappresentato il maggior numero di sfollati.

In sintesi, l'UNHCR ha previsto che il cambiamento climatico sarebbe diventato il "principale fattore di spostamento della popolazione, sia all'interno che attraverso i confini nazionali". Sebbene vi sia un consenso generale sulla scarsa affidabilità delle stime quantitative, vorremmo insistere sul fatto che non possiamo attendere dati affidabili prima di fornire una risposta politica etica all'emergente crisi migratoria climatica. La cooperazione internazionale sulla mitigazione del clima è urgente. L'istituzione di protocolli internazionali che delineino i diritti dei rifugiati climatici e le responsabilità delle nazioni industrializzate nei loro confronti non può attendere.

Chiediamo perciò un approccio politico probabilistico che tenga conto di diverse proiezioni della scienza del clima (incluse proiezioni a bassa probabilità/alto rischio) e metta insieme i dati quantitativi in evoluzione con casi di studio che documentano causa ed effetto attraverso le esperienze umane di migrazione climatica. La giustizia climatica per i poveri del mondo è tanto una battaglia contro la cultura dell'indifferenza quanto una ridistribuzione delle responsabilità; e le storie vere mobilitate attraverso l'arte e la cultura possono umanizzare l'impatto del cambiamento climatico meglio di quanto possano farlo dei numeri impersonali.


Una nuova cartina geografica

Nel 21° secolo milioni di persone vivono ancora in campi lontani dalle ricche città dell'Europa, del Nord America e dell'Australia. Milioni di esse sono in attesa di asilo; e milioni di altre vivono in situazioni irregolari o non autorizzate. Gli Stati Uniti, il paese con il maggior numero di immigrati al mondo, ospitano circa 11,3 milioni di immigrati privi di documenti e 5,2 milioni di bambini con almeno un genitore immigrato senza documenti. La stragrande maggioranza di questi bambini, 4,5 milioni, sono cittadini nati negli Stati Uniti, ma vivono nella costante paura della deportazione e delle improvvise separazioni familiari. Il Presidente Barack Obama ha espulso oltre 2,5 milioni di immigrati negli ultimi otto anni. Adesso, il Presidente Trump sta mantenendo le sue promesse di intensificare le deportazioni, costruire un muro di 2.000 miglia lungo il confine messicano e impedire ai rifugiati siriani e ad altri di entrare negli Stati Uniti.

Questa è una nuova forma di migrazione forzata che non è contemplata nei quadri politici esistenti.

All'indomani della Seconda Guerra Mondiale, l'Europa, gli Stati Uniti e gli alleati svilupparono una serie di politiche per i rifugiati basate sul presupposto che qualunque cosa li avesse indotti a fuggire si sarebbe ad un certo punto risolta. Le nazioni civilizzate potevano promettere il "non respingimento", il diritto a non essere respinti ad un luogo di violenza o persecuzione, dato che era solo una promessa temporanea.

Oggi, invece, il prolungamento dei conflitti mette in fuga milioni di persone senza alcuna aspettativa di ritorno. Nel 2014, analizzando 33 conflitti a livello mondiale, la durata media dell'esilio è stata di 25 anni (UNHCR & Global Monitoring Report, 2016).

Infatti, il Workshop ha esaminato conflitti prolungati e ambienti devastati con poche promesse di un ritorno sicuro. I conflitti nei paesi che generano il maggior numero di sfollati, come la guerra e il terrore in Siria, Afghanistan e Somalia, sono durati più a lungo sia della Prima che della Seconda Guerra Mondiale. Milioni di persone fuggono dalle minacce esistenziali ma non soddisfano i requisiti standard per lo status di rifugiato. Milioni di persone in questa categoria provengono da paesi in Africa e America Latina con popolazioni sproporzionatamente giovani.

Il volto giovane delle migrazioni catastrofiche

“Anche oggi i bambini sono un segno. Segno di speranza, segno di vita, ma anche segno 'diagnostico' per capire lo stato di salute di una famiglia, di una società, del mondo intero. Quando i bambini sono accolti, amati, custoditi, tutelati, la famiglia è sana, la società migliora, il mondo è più umano”. https://w2.vatican.va/content/francesco/en/homilies/2014/documents/papa-francesco_20140525_terra-santa-omelia-bethlehem.html

L'educazione dei bambini è anche un segno, il primo indice per capire se saranno in grado di sviluppare il loro pieno potenziale come esseri umani e di contribuire alla società umana, o se diventeranno sempre più vulnerabili ai mali della povertà e della privazione sociale e ai mali della “cultura dello scarto”, della tratta di esseri umani, del lavaggio del cervello e del terrorismo. In questo contesto, l'educazione dei bambini rifugiati e immigrati assume più che mai urgenza. I bambini sono il volto piangente degli sfollati e ci obbligano a riesaminare le cause delle migrazioni catastrofiche e le nostre responsabilità nel trovare soluzioni. Il volto delle migrazioni catastrofiche nel 21° secolo è giovane. Abbiamo notato che, nel mondo, un bambino su 200 è un rifugiato. Nel 2015, ci sono stati 28 milioni di bambini sfollati. Altri 20 milioni di bambini erano migranti internazionali. Il loro numero combinato è ora più grande delle popolazioni di Canada e Svezia messe insieme. Altri milioni di bambini sono minori non accompagnati, separati dalle loro famiglie.

L'anno scorso c'è stato un numero record di minori non accompagnati o separati dalla propria famiglia, con 98.400 domande di asilo, principalmente da parte di afgani, eritrei, siriani e somali, presentate in 78 paesi, il numero più alto mai registrato. L'Europa ha assistito a un drammatico aumento del numero di bambini e giovani, compresi i minori non accompagnati, in arrivo dal Medio Oriente, dall'Africa settentrionale e subsahariana e dall'Asia meridionale. Oltre il 30% degli arrivi via mare in Europa da ottobre 2015 sono stati bambini; per alcune nazionalità, compresi gli afghani e gli eritrei, i bambini costituiscono la maggioranza dei richiedenti asilo. Allo stesso modo, nel 2014 gli Stati Uniti hanno registrato un picco significativo di bambini non accompagnati in fuga dall'America Centrale. Il numero di bambini e giovani sfollati con la forza che arrivano in Europa e negli Stati Uniti non è che una piccola percentuale del totale globale.

Proprio in virtù della sola giovinezza, le vittime più piccole dello sfollamento forzato richiedono nuovi approcci alla protezione e al reinsediamento. Le attuali protezioni e sistemi in atto nei campi profughi sono generalmente ciechi ai bisogni di sviluppo dei bambini. Anche quando è possibile o auspicabile una protezione temporanea, i bambini in fuga hanno bisogno di qualcosa di più di un rifugio sicuro. Hanno bisogno di un posto dove crescere. Hanno bisogno di una casa. Hanno bisogno di programmi a loro servizio, allineati con le migliori pratiche, che si occupino della loro salute fisica e mentale e dei loro traumi, hanno bisogno di protezione legale e istruzione. Pertanto, nei due giorni del workshop i partecipanti hanno cercato di individuare esigenze e nuovi modelli per affrontare la salute fisica e la salute mentale, le protezioni legali, l'istruzione e il benessere dei richiedenti asilo, rifugiati e migranti irregolari in varie destinazioni con una attenzione particolare ai bambini e ai giovani.

Priorità: istruzione, salute mentale e benessere

Istruzione

Education, for the eudemonic flourishing of the child, is the key for the future, above all for those whose youth is marked by displacement, war, forced labor, prostitution, and the sequelae of trauma, family separations and loss. In addition to war and terror, millions of children have their schooling disrupted every year because of natural disasters. According to a recent United Nations report, refugee children are five times more likely to be out of school than their non-refugee counterparts. Among adolescents, many of whom have spend most of their lives in exile, only 22 percent have access to secondary education. Only half of the refugee children worldwide have access to primary education, less than a quarter are able to attend a secondary school and just 1% are enrolled in tertiary education. As a result of forced displacement 37 million children are out of school. If the host Governments and the International Community do not make the education of forcibly displaced children a priority it is impossible that the world will achieve the Sustainable Development Goal 4, the promise of quality universal primary and even secondary education which unfortunately remains an elusive.

An improvement in school access or quality of education, though both separate and fundamental goals, is often not enough to ensure that refugee children receive a proper education. Hundreds of thousands of forcibly displaced children around the world cannot attend school because they must work in order to support their families, as their parents are not allowed to work in their host contexts. In the refugee camps a new focus on integrating refugees into national education systems too often falls short – children daily experiences in classrooms, as discussed in the Workshop, too often leave them isolated and excluded, without a sense of belonging or the stability that would allow them to envision their futures. Importantly, most often refugee children do not have access to a clear long-term education program.

A minority of children seeking refugee make it to the high-income countries. Europe, North America, Australia are examples. A number of countries in Europe, but not all of them, acted upon their core values, opening the borders for people seeking safety, fleeing war torn Syria. The European Union admitted more than a million refugees in 2016, an unprecedented number which included more than 200,000 children in compulsory school age. At the height of the crisis, the city of Hamburg alone had to find 400 new school places for refugee children each month. All over Europe empty buildings were made into classrooms and new teachers were hired on a daily basis. Volunteers helped people to acquire basic national language skills and assisted families to navigate their new life in a strange country. The courageous statement of Chancellor Merkel ‘’Wir schaffen das!” turned into reality because of numerous city officials, social workers, school leaders, teachers and, last but not least, an endless army of European volunteers from all sections of society. The response on this humanitarian drama showed both European administrators and citizens on their best. This is the face of Europe we can cherish.

But there is, unfortunately, also another face of Europe and it seems to become the dominant face. It is the harsh, indifferent face towards refugees and their children, the face of European politics bargaining with the lives of desperate people. It is the face turning away from refugee families and their children stuck and forgotten in tents in the snow in Greece or Croatia. It is the face of exploitation of refugee children on the labor market in Turkey, their families held hostage in poverty by the so-called EU-Turkey deal. We are alarmed that more than 380.000 Syrian children in Turkey are not attending school. Those that do attend schools are taught in separate schools in refugee camps, taught by Syrian teachers, when available, teaching the Syrian curriculum. Turkish second language teaching is not provided. This generation of young children, we call them ‘the locked out refugee generation,’ that cannot return to Syria any time soon, will be left empty handed. The EU-Turkey deal succeeded in only one thing: keeping the image of this humanitarian disaster out of sight from Europeans. The destiny of these young children, who should be in school, has been outsourced by the European Union to the camps in Turkey and the margins of Turkish cities. This is a disgrace for the European Union – and for the European citizens in whose name this deal is made. There is no justification for the unequal treatment of those who made it to Europe in time and who receive aid and education, and those children who are in fact denied a future beyond the waiting room. The EU-Turkey deal has made it clear that the human right for educating children cannot and should not be part of political negotiations over refugees. The right to education is squashed and squandered, while the European Union at the same time advocates that these rights are to be protected for all children under all conditions.

In the most favorable case, millions of forcefully displaced children will be migrants or refugees in a host country; where local schools endeavor in varying degrees to teach them and integrate them into the new society. Yet today less than one percent of refugees settle in distant countries in Europe, the United States or Australia. The vast majority of displaced children spend years, sometimes decades, in nearby countries, where they are generously hosted like in Lebanon or Jordan, but where education systems are over-stretched and political and economic institutions are fragile. The schooling of these children is often far from adequate. They encounter teachers with minimal training, far from adequate learning spaces, shortened instructional time, language and cultural barriers. As such they are deprived of the knowledge and opportunity for cognitive growth they deserve as fragile human beings.

For schooling refugee and migrants, Workshop participants agreed that host language development, literacy and reading, are a first priority. Yet we also concurred that schools must make sure the children do not abandon their own mother tongue, with its cultural values and essential use for family life. Second, Workshop participants emphasized the importance of education in the natural sciences, necessarily correlated with second or third-language acquisition. Science is a universal good. It harnesses children’s natural curiosity and provides a deep and rich cross-cultural context to observe, name, understand nature, and act upon it. Like playing a game does among children of different backgrounds, an active science lesson may involve highly diverse children in a common exercise of inquiry. During the last two decades, pilot projects worldwide, supported by high-repute scientists, have built such bridges in multicultural schools where large numbers of national or trans-national migrants are hosted. In these schools teachers have been trained for applying best practices and observing the blossoming of curiosity, as well as student progress in self-confidence, language development, ability to reason, dialog and create; ultimately giving hope to the child and the family. In the next decade and with adequate resources, more support from the science community and governments, this effort provides the basic resources and could easily be amplified ten- or hundred-fold, while including the new challenges of sustainable development, climate education and children’s agency.

Children in refugee camps encounter much worse conditions. Beyond food and health care, developing their skills and natural talents is the highest priority for their future to simply exist. Again, introducing them to natural science in their surrounding can be a way to break their isolation and seclusion, to open their eyes to the beauty of nature, to give them references in space and time with the simplest equipment at nearly zero-cost. By using all the resources, skills and good will which have made the success of the above-mentioned pilots in the last decades, by adding distance tools to the necessary adult-to-child physical relation, a new program for camps becomes possible, if and only if will and resources are present. Host government must be reminded that denying refugee children access to schools and knowledge is negating their humanity.

The workshop participants underscored the fact that education must not focus exclusively on knowledge but must also train the will towards the common good, friendship and charity. It must be a force against the evils of war and terror and the inhumane treatment of the other. This suggests the importance of teaching virtues and values, in particular, social justice, solidarity towards one’s peers and future generations, as well as friendship and convivencia.

Mental Health and Well Being

Forced displacement is inherently traumatic. Workshop participants examined data from the largest study to date on Greek refugee camps where nearly 30% of the respondents witnessed the death of a family member or friend and 20% reported experiencing torture. Lacking shelter, food and water, seeing death around them, experiencing death threats, and torture, violent border crossings, are common trauma in refugee populations. The Greek study reported half of the population surveyed reporting such traumas. Trauma generates chronic disease through direct effects and indirect effects through mental illness (PTSD & Depression) and impaired lifestyle. The connection between trauma and poor physical and psychological health demands a new emphasis on health promotion.

The research shows that refugee children and youth, even those with substantial experiences of trauma, can grow up healthy, sound and productive if given a chance. Workshop participants strongly endorsed the need, whenever possible, to work with their families and recognize the evolving capacities of children as they grow. We further suggest the need to match interventions to differences in child development and family context. It is important to promote strengths-based programs that recognize and advance the agency of young people and their families and their ambitions to advance themselves educationally, socially and economically. Children and youth can be agents in their own self-healing.

Workshop participants made a plea for trauma-informed and prevention-oriented mental health programs, as well as trauma-focused treatment where needed, including school and community based models. For young children and for the most vulnerable and hard-to-reach families, home visiting models to promote healthy parent-child relationships and improve family functioning are recommended. It is additionally important to help build restorative environments, in collaboration with affected populations, for refugee children and families to live, study, play, and engage in developmentally-appropriate and normalizing experiences despite the very abnormal circumstances of war and displacement.

Research shows that services are most powerful when they are community-based and co-located and integrate health, mental health and education services along with home visiting and outreach to those who are socially isolated or otherwise face barriers to participation. Stepped care models can combine front-line preventative and broad-based mental health promotion models along with a higher level of mental health care, including group treatments for depression and individual treatment for traumatic stress reactions where indicated. In working holistically with families, we must recognize that parents too have often experienced trauma and loss. Two-generation approaches that include both caregivers and children are critical for helping refugee families to adjust well to the adversity they face, including promoting healthy communication, alternatives to harsh punishment and enriched parent-child interactions. Family-based models can also engage extended-family members and provide opportunities to provide support and referral to adults who may benefit from a higher level of mental health care for depression, traumatic stress reactions, alcohol or drug abuse and family violence. To overcome stigma of mental health issues and engage refugee communities, we must also attend to the language of how we communicate about promoting mental health and well-being in refugee children and endeavor to learn local language about emotional and behavioral concepts as well as concepts related to protective social resources and resilience in the face of adversity. We must also understand how protective factors operate at the individual, family, peer, school and community, and cultural level so that we build on locally inherent strengths and resources in the refugee community and culture to arrive at intervention models that are evidence-based/effective, scalable, and sustainable for assisting refugee children and families globally. In particular, we must consider how to support communities that host refugees to develop adequate mental health and social services for all individuals in both the host and refugee communities during periods of massive, and often-protracted displacement.

It is also critical to conceptualize how to “build back better” in post-conflict settings. Thus, emergency responses in conflict-affected countries must be initiated with a vision towards rebuilding, strengthening and ensuring the quality and sustainability of mental health and social services in conflict affected countries as they transition from periods of disruption, displacement and conflict to the post conflict period.

Conclusions

The essence of humanism is recognizing oneself as another. This recognition should be extended to everyone and in particular to those who are suffering, such as refugees, both young and old.

The forced displacement of millions of human beings represents an existential crisis of our times, causing suffering in others that we should consider as ourselves. Millions of forcefully displaced, of refugees, of asylum seekers, of unauthorized and irregular migrants – our brothers and sisters – are placed in barbaric conditions that rob them of their human dignity and their inherent capacity to flourish. The catastrophic migrations of the 21st Century are most unforgiving to millions of children.

First, we must endeavor to stop the conflicts generating the greatest and gravest mass displacements. In 2015, just three countries — Syria, Iraq and Yemen — accounted for over half of all IDPs. Likewise, over half of all refugees under UNHCR mandate originate in three states — Syria, Afghanistan, and Somalia. Ending these conflicts must be the top priority of international community and men and women of good will. Second, we call for widespread sustainable economic development so that people can safely and prosperously stay in their own homelands. Every child, especially girls, must have the healthcare and education they need. The literacy of girls has been proven to generate multiple virtuous cycles, inter alia, lower fertility, greater health and well-being and greater financial security.

Third, all the pertinent international organs must endeavor to reverse unchecked climate change – a major driver of catastrophic displacements. We must achieve climate resilience. Concurrently, Workshop participants call for the redoubling of efforts by the international community to invest in the protection, health education and well being of the forcefully displaced, above all children and youth. A shortfall over 8 billion dollars per year in education in emergencies must be corrected at once by donor countries and global philanthropy. In spite of new commitments following the Education Cannot Wait initiative approved during the World Humanitarian Summit of May 2016, only a renewed and determined focus on refugee education would bridge that gap. Following the Incheon Declaration, donor countries should finally allocate 0.7% of their GDP to Official Development Assistance and Developing Countries should follow its recommendation to dedicate at least 4-6% of GDP, or 15-20% of total public expenditure to education. Refugees and forcibly displaced children should be included in host countries educational policies in equal foot as nationals.

Furthermore, we implore host governments to facilitate the inclusion of refugee adults in the labor market, a right guaranteed by the 1951 Refugee Convention. The International Community should put pressure on those countries, mainly in the Middle East and South East Asia that have not ratified the Refugee Convention, because slave-like child labor is in many crises the single most important factor-keeping children outside classrooms.

Above all we must change our relationships with each other and endeavor to find a new form of living. In the words of Pope Francis, “every child who is born and grows up in every part of our world, is a diagnostic sign indicating the state of health of our families, our communities, our nation. Such a frank and honest diagnosis can lead us to a new kind of lifestyle where our relationships are no longer marked by conflict, oppression and consumerism, but fraternity, forgiveness and reconciliation, solidarity and love.” Pope Francis https://w2.vatican.va/content/francesco/en/homilies/2014/documents/papa-francesco_20140525_terra-santa-omelia-bethlehem.html

FOOTNOTES

[1] “Of those the Syrian conflict has uprooted, around 6.6 million people have been displaced internally. Away from the media glare and out of reach of humanitarian agencies, many struggle to survive in subhuman conditions” (Global Report on Internal Displacement, 2016, p. 4).

[2] In 2015 Iraq had 3.3 million and Yemen had 2.5 million internally displaced (Ibid.).

[3] “In India, the impact of two major flood and storm events were responsible for 81 per cent of the displacement, forcing three million people to flee their homes. Heavy rains and flash floods associated with a weak tropical cyclone that tracked across the Bay of Bengal in November displaced 1.8 million in the states of Tamil Nadu and southern Andhra Pradesh. Monsoon flooding associated with cyclone Komen, which struck neighboring Bangladesh in late July, displaced 1.2 million, mostly in the northern and central states of West Bengal, Odisha, Manipur, Rajasthan and Gujarat” (Global Report on Internal Displacement, 2016, p. 15).

[4] “Three large-scale typhoons and a flood disaster together triggered 75 per cent of the displacement in China. Three typhoons, Chan-Hom, Soudelor and Dujan, struck four eastern provinces between July and September, destroying homes, causing landslides and flooding and, between them, displacing more than 2.2 million people. Earlier in the year, heavy rains and flooding in nine southern and eastern provinces forced another 518,000 people to flee their homes in May” (Ibid.)

[5] “The earthquakes in Nepal in April and May, the thousands of aftershocks that followed and the landslides they triggered left 712,000 homes and much infrastructure damaged or destroyed. The disaster took a heavy toll on the developing nation, affecting almost a third of the population and killing 8,700 people. Many of the 2.6 million who were displaced have been unable to return to their homes, and recovery and reconstruction will take many years to complete.

Signatories:

Monsignor Marcelo Sánchez Sorondo, Chancellor, Pontifical Academy of Sciences and Pontifical Academy of Social Sciences

Marcelo M. Suárez-Orozco, UCLA Wasserman Dean and Distinguished Professor of Education 

Leisy J. Abrego, Associate Professor of Immigration, UCLA

James A. Banks, Kerry and Linda Killinger Endowed Chair, University of Washington, Seattle

Jacqueline Bhabha, Professor of the Practice of Health and Human Rights, Harvard University

Antonio Battro, Robert F. Kennedy Visiting Professor, Harvard University

Theresa Betancourt, Associate Professor of Child Health and Human Rights, Harvard University

Craig Calhoun, President, Berggruen Institute 

Maurice Crul, Professor of Sociology at the Department of Sociology at Erasmus University Rotterdam and the VU University Amsterdam

Sarah Dryden-Peterson, Assistant Professor of Education, Harvard Graduate School of Education

Fonna Forman, Associate Professor of Political Science, UC San Diego

Patricia Gándara, Research Professor of Education, UCLA

Pierre Léna, Emeritus Professor, Université Paris Diderot & PAS 

Richard Mollica, Professor of Psychiatry, Harvard University

Hiroshi Motomura, Susan Westerberg Prager Professor of Law, UCLA

Pedro Noguera, Distinguished Professor of Education, UCLA

Marjorie Orellana, Professor of Education, UCLA

Svein Østtveit, Director, Executive Office Education Sector, UNESCO

Hilary Pennington, Vice President of Education, Creativity, and Free Expression, Ford Foundation

Mario Piacentini, Analyst, OECD PISA

Veerabhadran Ramanathan, PAS and Distinguished Professor, UC San Diego

Courtney Sale Ross, Founder and Chair of Ross School, Ross Institute and Ross Global Academy

Jeffrey Sachs, University Professor and Quetelet Professor of Sustainability Development, Columbia University

Gonzalo Sánchez-Terán, Fordham University, New York

Andreas Schleicher, Director for the Directorate of Education and Skills, OECD

Naomi Schneider, Editor, UC Press

Theoni Stathopoulou, Research Director, National Centre for Social Research

Carola Suárez-Orozco, Professor of Education, UCLA 

Robert Suro, Professor of Communication and Journalism, USC

Hirokazu Yoshikawa, Courtney Sale Ross Professor of Globalization and Education, NYU

Roger Waldinger, Distinguished Professor of Sociology, UCLA

Mary Waters, John L. Loeb Professor of Sociology, Harvard University

Maryanne Wolf, John DiBiaggio Professor of Citizenship and Public Service, Tufts University

Collegamenti

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MEXICO-HOLY SEE COLLOQUIUM ON MIGRATION AND DEVELOPMENT MEXICO CITY 14 July 2014 A “Mexico/Holy See... Continua

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