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Presentazione delle Raccomandazioni

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Rendere il traffico di esseri umani insostenibile

Questioni oltre la criminalizzazione

La maggior parte della legislazione nazionale prodotta dopo la ratifica del Protocollo di Palermo delle Nazioni Unite (2003) agisce principalmente sull’‘approvvigionamento’ piuttosto che sulla ‘richiesta’ di persone vittime della tratta; sui criminali che le procacciano piuttosto che sulle vittime e sui loro bisogni. Per questo motivo la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali (PASS) ha dedicato la sua Assemblea Plenaria (17-21 aprile) ‘La tratta di esseri umani: questioni oltre la criminalizzazione’ all’esame complessivo di entrambi gli aspetti della questione.

Il nostro coinvolgimento ha avuto un chiarissimo punto d’inizio e un ugualmente chiaro obiettivo. Noi e la nostra molto più antica consorella PAS (Pontificia Accademia delle Scienze) non siamo parte della Curia – dal momento che i due Presidenti vengono nominati dal Papa e rispondono direttamente a Lui – ma siamo il ‘think tank’ composto di illustri Accademici laici che offrono ‘gli elementi di cui la Chiesa potrà avvalersi per l'approfondimento e lo sviluppo della sua Dottrina Sociale e riflettere sull'applicazione di quella dottrina nella società contemporanea’ (Statuti: Art. 1).

Il chiarissimo punto d’inizio è stata la risposta di Papa Francesco alla domanda rivoltagli dal PASS su quali argomenti riteneva fosse proficuo che noi indagassimo. La sua breve risposta scritta a mano sul retro di una busta (vedi qui sopra) racchiudeva un’esplicita indicazione che da allora abbiamo cercato di seguire e sviluppare.

[TRADUZIONE: penso che sarebbe bene esaminare la tratta degli esseri umani e la schiavitù moderna. Il traffico di organi potrebbe essere esaminato in connessione alla tratta di esseri umani. Molte grazie. Francesco. 13 maggio 2013]

Entro la fine di quello stesso anno abbiamo organizzato un Workshop con i comandanti di Polizia e in quello successivo abbiamo elaborato la Dichiarazione ecumenica dei leader religiosi mondiali che si oppongono alla tratta di esseri umani (2 novembre 2014). Significativamente, tale Dichiarazione ha confermato la tratta di esseri umani come ‘schiavitù moderna’ e un ‘crimine contro l’umanità’, locuzioni che Papa Francesco ha frequentemente usato, ma che qualcuno ancora contesta. La Dichiarazione precisa con chiarezza i suoi obiettivi: contrasto alla tratta finalizzata al lavoro forzato e alla prostituzione, così come al traffico di organi ‘e a qualunque rapporto che non rispetti quel convincimento fondamentale secondo cui tutte le persone sono uguali e hanno la stessa libertà e la stessa dignità’. Sostanzialmente, in linea di massima si è seguita la traccia del protocollo di Palermo della Nazioni Unite del 2003, che è stato ratificato da 166 Stati alla fine del 2014. Ma è significativo che i leader religiosi sollecitino un’azione rapida al fine di eliminare la tratta di esseri umani entro il 2020.

Ciò ha spinto la PASS a divenire un movimento sociale in statu nascendi. Con grande sollecitudine abbiamo operato in modo da fare del ‘Nuovo Abolizionismo’ una realtà dal momento che le Nazioni Unite ridefiniranno gli originali Obiettivi del Millennio di Sviluppo Sostenibile alla fine del 2015. Il nostro intento era quello di far inserire l’eliminazione del Traffico di Esseri Umani nei ‘nuovi’ dieci obiettivi. In questo senso, l’Assemblea Plenaria dello scorso mese ha avuto il suo culmine nelle precise raccomandazioni da sottoporre la settimana successiva al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, quando è venuto ad incontrare entrambe le Accademie dopo la sua udienza privata dal Papa.

Le nostre raccomandazioni sono state precise e ho trascorso quella settimana a limarne il testo per adeguarle all’esistente bozza degli Obiettivi delle Nazioni Unite. Tuttavia, l’agenda contro la tratta degli esseri umani è stata portata ulteriormente avanti, il che ha richiesto l’approvazione internazionale, malgrado l’avvertimento che giunti a questa fase dei lavori anche cambiare una sola virgola della bozza avrebbe incontrato delle resistenze. Ban Ki-moon sembrava favorevole, ma il nostro passo avanti non è ancora parte dell’agenda mondiale.

Reinsediamento non rimpatrio

In maniera efficace il nostro motto è che ‘rimpatrio e ritorno’ non debba mai essere la regola predefinita, come invece accade nella maggior parte dei paesi che hanno ratificato il Protocollo di Palermo, compreso il recente decreto legge approvato in Gran Bretagna. Al contrario, sono i paesi di destinazione che devono avere l’onere del reinsediamento delle vittime, dal momento che è la loro richiesta ad alimentare la tratta (le vittime del traffico di esseri umani non devono essere confusi con gli emigranti irregolari non oggetto di tratta). Il diritto penale è un requisito necessario per l’abolizione della tratta di esseri umani, ma non è in grado di porre rimedio alle conseguenze della tratta sia dal punto di vista delle vittime che della società.

Dal punto di vista storico, le attuali vittime delle nuove forme di schiavitù condividono tre fattori con coloro che erano resi schiavi in passato: sottomissione a una forma estrema di dominio sociale violento; allontanamento da qualunque legittimo ordine sociale; degradazione e infamia, poiché la libertà è necessaria per conseguire qualunque forma di status sociale ad eccezione di quelli più bassi. Dove invece le vittime della tratta di esseri umani differiscono è nel fatto che gli schiavi del passato potevano aspirare a un qualche procedimento di affrancamento; le attuali vittime del traffico di esseri umani non possono farlo; sono movibili, removibili, persone usa e getta.

Privi di un permesso per rimanere e lavorare nel paese di destinazione, senza diritti, senza alcuna legittima rete sociale, e probabilmente senza conoscere la lingua, essi non sono in grado di resistere dall’essere assorbiti nella locale economia sommersa. Sebbene la condanna penale del trafficante (più prossimo) sia necessaria e auspicabile, essa non basta per restituire alle vittime della tratta la giusta autostima o il riconoscimento personale della propria dignità umana.

Le vittime possono testimoniare contro i loro trafficanti, sebbene l’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) dimostri come il tasso di condanna sia una piccola percentuale rispetto ai 21 milioni di vittime della tratta stimati dall’ILO (International Labour Organization), con profitti che competono con quelli della droga. Nella maggior parte dei paesi, dopo una breve proroga nel programma di protezione dei testimoni, ora le vittime della tratta si trovano di fronte alla prospettiva del rimpatrio direttamente presso le loro famiglie. Perché troviamo tutto ciò inaccettabile?

Primo, una ricerca qualitativa della Commissione Europea rivela che metà dei soggetti erano stati presentati ai loro trafficanti da ‘parenti e amici’. Il rimpatrio non prelude dunque a felici riunioni familiari. Il ritorno deve essere volontario e noi raccomandiamo che esso debba essere assistito da sistemi di supporto nei paesi di origine al fine di evitare l’automatico ritorno in un contesto che possa esporre le vittime nuovamente alla tratta.

Secondo, questi sopravvissuti sanno troppo. Possono fare dei nomi, anche se non quello della mente dell’organizzazione locale. Dunque, si trovano in una condizione di doppio pericolo.

Terzo, si deve ammettere che la vittimizzazione delle persone oggetto della tratta sia da attribuirsi alle richieste nazionali e multi-nazionali di sfruttamento del lavoro o di sfruttamento sessuale. Ne consegue che un obbligo per il loro reinsediamento ricada sulle nazioni di destinazione i cui costi possono essere parzialmente sostenuti da un fondo per il reinserimento delle vittime ricavato dalla confisca dei profitti dei trafficanti di esseri umani.

In breve, quando il rimpatrio volontario viene richiesto, si deve fare di tutto per assicurarsi che coloro che rientrano nei propri paesi godranno pienamente dei diritti civili e di temporanee condizioni di sicurezza, che probabilmente avranno maggiore efficacia se garantiti da accordi bilaterali intergovernativi.

Requisiti per il reinsediamento

Partendo dal presupposto che la (maggioranza) sceglie di rimanere piuttosto che rientrare volontariamente nei propri paesi di origine, l’opzione deve essere esercitata attraverso una scelta informata con procedure stabilite in ogni nazione di destinazione per le vittime della tratta che siano state identificate, compreso il mettere a disposizione ulteriori e attendibili fonti di informazioni. Le ambasciate nazionali devono essere incoraggiate a istituire centri di risorse per fornire la propria assistenza nel reperimento della documentazione necessaria. Analogamente, sforzi congiunti sono necessari nel paese di destinazione per ridurre i ritardi nell’ottenimento di diritti e benefici, permessi di soggiorno che diano accesso al mondo del lavoro e guide chiare contenenti una descrizione dettagliata circa i diritti e i doveri, sia nell’immediato che nel lungo termine. Tutti questi sono requisiti minimi  per restituire una vita, ma presi singolarmente sono solo indispensabili processi burocratici.

Esistono diversi prototipi di reinsediamento sia per forma che per misura: dal modello quasi-aziendale della evangelica Missione di Giustizia Internazionale che si occupa di decine di migliaia di persone in tutto il mondo; al più familiare network delle religiose cattoliche guidato da Suor Eugenia Bonetti; al piccolo, ma molto attivo e capace ‘Unseen’ fondato da Kate Garbers a Bristol che lavora con tutte le persone di buona volontà. Ciò su cui tutti concordano è la gamma di servizi che sono necessari dopo il trauma della tratta nei paesi di destinazione: assistenza medica, consulenza psicologica, apprendimento della lingua, permesso di soggiorno e di lavoro, assistenza legale, competenze per la vita, formazione professionale, alloggio e, soprattutto, integrazione sociale. Tale lista appare proibitiva, ma l’aiuto coordinato da parte di Associazioni di volontariato può arrivare molto lontano nei paesi economicamente sviluppati. Altrettanto utile è il contributo della gente comune; non c’è bisogno di credenziali per portare qualcuno in giro al supermercato o per fargli conoscere il trasporto pubblico, ma il valore di tale forma amichevole di assistenza è almeno pari a quello dell’informazione pratica che viene acquisita.

Lo scopo del reinsediamento e della reintegrazione per le vittime della tratta è quello di divenire economicamente e socialmente indipendenti; di non essere più a rischio di tratta o di dover far ricorso ad attività illegali, rischiose o umilianti, ma dare il proprio concreto contributo alle società ospitanti.

Ridurre la domanda

Che dire dunque della ‘domanda’, il motore che sostiene questo commercio? È la richiesta di forza lavoro a basso costo, di prostituzione, di organi, in cui le necessità dei ricchi annullano i diritti dei poveri di lavorare in condizioni di sicurezza, di proteggere il loro corpo dagli abusi, e di considerare le parti vitali del proprio corpo necessarie alla vita stessa. Tale domanda sta crescendo, non decrescendo e alimenta ‘la tratta interna’ negli stessi paesi di destinazione: l’adescamento di giovani ragazze, la segregazione di disperati considerati ‘schiavi domestici’, lo stato di reclusione di ‘operai prigionieri’. In che modo tale domanda può essere ridotta?

Uno strumento è la criminalizzazione della domanda; la Norvegia e la Svezia hanno aperto la strada all’approvazione di leggi che puniscono i clienti delle prostitute e non le prostitute stesse, e recenti stime norvegesi hanno mostrato che ciò fa ridurre gli atteggiamenti favorevoli nei confronti di tali pratiche. Allo stesso modo, risultano molto persuasive le azioni esemplari e il momento più toccante della nostra Assemblea Plenaria è stato scoprire che tra di noi c’era un prete indiano che aveva donato un suo rene ad un suo vicino di religione induista che aveva urgente bisogno di un trapianto ma che era stato abbandonato dal suo promesso donatore. Molti sono sgomenti all’idea di emulare il suo eroismo, ma se le Chiese sostenessero la necessità di portare con sé la Carta dei Donatori di Organi – in caso di morte cerebrale – la richiesta che alimenta ‘il turismo dei trapianti di organi’ potrebbe essere drasticamente ridotta attraverso tale forma di fornitura volontaria.

Tuttavia, le raccomandazioni non si adattano a tutti i casi. In quanto scienziati sociali dobbiamo lavorare su atteggiamenti normativi che possano normalizzare la ‘richiesta’ di tratta di esseri umani, facendo ricorso a interventi effettuati in altri campi che sono stati coronati dal successo: la guida in stato di ebrezza, il fumo, l’esercizio fisico, l’adozione di pratiche ecologiche e, più lentamente, la riduzione della discriminazione nei confronti delle donne, delle etnie e dei disabili. Ciò ci sfida a immaginare analoghi processi in cui gli utilizzatori finali che sfruttano le vittime del traffico di esseri umani per uno qualunque degli scopi che sono stati discussi vengano anche socialmente condannati e stigmatizzati.

Prof. Margaret S. Archer (Presidente)

Direttore: Centro di Ontologia Sociale, University of Warwick

Sito PASS: www.pass.va

Per il movimento sociale che sosteniamo e gli interventi presentati ad aprile alla Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali vedi: www.endslavery.va

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Raccomandazioni finali

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